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Correva l’anno 1496. I Pisani ricevevano nuovi rinforzi da
Milano e da Venezia mentre i Fiorentini - che avevano già
occupato il borgo di Buti - si accingevano ad assediare la rocca
della Verruca che ancora teneva forte. Per far questo le forze
assedianti avevano necessità di costruire bastioni di difesa per
controllare le via di accesso alla rocca stessa.
Il
bastione costruito «sul monte della Dolorosa» si trovava sulla
cima che sovrasta «il Sasso»; era un terrapieno a pianta
pressoché triangolare i cui lati davano su Calci, Buti e
Verruca-Vicopisano. Al centro doveva trovarsi una casamatta o
per lo meno una costruzione con tetto in cotto, ai tre vertici
si trovavano piccoli fortini più adatti all’uso di vedette che
per il combattimento.
La
fortificazione, tuttavia, non giovò agli scopi degli assedianti
tant’è che nel mese di Aprile questi dovettero subire una
importante sconfitta a seguito della quale furono costretti a
togliere l’assedio alla Verruca.
Ad 6
e 7 di detto, tutta la gente de’ Pisani e di Veneziani e duca di
Milano vanno a Cascina, appié e a cavallo, col capitano Malvesso
da Bologna [...] e ad 8 d’aprile ditto, un’ora innansi dì, le
gente de’ Pisani e li altri assaltarono le genti d’armi di
Fiorentini nel borgo di Buti e ruppeli: e fuvene morti da li
Alamani e Franciosi, soldati della lega de’ Pisani, circa omini
quaranta d’arme, e presi circa cavalli dugento [...] e di molti
omini d’arme prigioni.
Anche nell’estate del 1498 il monte fu ancora teatro di una
sanguinosa battaglia sferrata dai Fiorentini capeggiati dal
solito Paolo Vitelli.
Il
campo si levò da Calcinaia ad dì 20 d’agosto et andonne a Buti,
et prima il capitano mandò a pigliare i monti, et fabbricò un
bastione in su Pietra Dolorosa.
Da
dove abbia avuto origine tale oronimo è difficile dirsi con
esattezza. Due sono le interpretazioni che vengono proposte: una
è legata alla natura del terreno che per l’asprezza sua si
chiama Doloroso (ab asperitate Doloroso nomen est)
mentre l’altra è legata ai fatti d’arme che vi si svolsero nel
1496 quando i Fiorentini per tentare di prendere la Rocca della
Verruca avevano riconquistato l’Abbadia di S. Michele che nel
frattempo era stata ripresa dai soldati italiani e alemanni al
servizio di Pisa.
Tali
combattimenti furono così cruenti che la valle presso la quale
gli Alemanni dettero battaglia fu detta «dolorosa» per la strage
fattavi da loro dei nemici”
(edita strage multorum, quo vallis dolorosa dicitur).
A
questo proposito il Pelosini aggiunge come «i più vecchi
montanari da lui conosciuti in sua gioventù, e quindi nati nel
XVIII secolo, narrassero «esser lontana fama che, in una di
quelle crudeli avvisaglie, il sangue d’ambe le parti così
largamente si versasse, che dai corpi ammucchiati sull’altura
scorresse convertito in orrendo rigagnolo giù per l’erta inverso
S. Iacopo, per una buona metà del monte; i cui sassi sarebbero
stati per qualche tempo colorati di rosso per quello scempio».
Il
luogo si presenta ancor più affascinante perché, dal popolo, era
ed è considerato originariamente un vulcano. Ed è ancora il
racconto di un butese, nel suo caratteristico vernacolo, a dirci
quale era la credenza.
Questa der vurcano ‘nduve cci si chiama la Dolorósa è una còsa
sentita dì: nói si sentiva di dda’ più vecchi, quell’artri da
quélli più vvecchi e vvia, che anticaménte, dicévano, in cima
c’era sto vurcano e ppoi quéste piètre che òra ci sono fósse
stata lava di quésto vulcano, e ‘r Sasseto sarébbe la lava di
quésto vulcano.
Accanto al motivo dei sassi (o delle acque) indelebilmente
macchiate di sangue troviamo associato alle battaglie della
Dolorosa anche un altro motivo ’meraviglioso’ della fitta nebbia
che avrebbe avvolto i combattenti
tra i quali, accanto ai Fiorentini compare anche il lucchese
Castruccio Castracani.
Ma
sentiamo ancora una testimonianza popolare.
Perché, ddice, ci fu una gram battaglia, ci fu una gram
battaglia e cci pèrseno tanti soldati, e allòra ni mìsero ’r
nóme délla Dolorósa: ci fu ’na sconfitta perché vVerru·a fu
pprésa da Castruccio Castrahani una mattina di maggio che cc’èra
la nébbia, èrano assediati déntro e allóra aprofittó ddéla
nébbia e entró ’n Verruha, arméno ’r mi’ nònno me la raccontava
così.
È
facile comprendere, allora, come gli avvenimenti accennati siano
entrati a viva forza nell’immaginario collettivo che, anche a
dispetto della verità storica, ha popolato i luoghi ed i fatti
ivi realmente accaduti di immagini misteriose e suggestive -
tipiche della fantasia popolare - che si ritrovano anche in
certe rappresentazioni come il maggio di Paola da Buti là dove
recita:
Fra
il Sassone ed il bel forte
Di
Verruca un trebbia trebbia
Vi
fu un giorno nella nebbia
Fra
Fiorenza e Pisa a morte.
(st. XI)
Anche in questa zona, come del resto era facilmente prevedibile,
si è sempre parlato di un tesoro nascosto da Paolo Vitelli,
prima della sua fuga dal bastione, perché non cadesse in mano ai
Pisani. Sembra si trattasse della cassa militare e di altri
preziosi che i Fiorentini nascosero sotto il bastione
precedentemente costruito in sommità del monte che sovrasta il
Sasso propriamente detto.
La
località era nota agli abitanti più anziani di Vicopisano come
il Tesoro e il Tesoretto mentre i Butesi ritenevano che tale
tesoro fosse sepolto nel vicino Sasseto.
Naturalmente molti hanno cercato questo tesoro e, se anche
qualcuno dice di averlo trovato, generalmente, sono venuti alla
luce residui di ben altre cose.
Mi
posi ad escavare all’intorno del cuspide del monte e trovai,
difatti, molte cose riguardanti antichissimi armamenti militari,
molte punte di freccia ... molti pezzi di stoviglie ... molte
piccole monete d’argento, rame di diverse qualità e due
medaglie di coccio cotto ...
Ancora oggi gli abitanti del luogo dicono che ...
...
quando ciandàvano a ccaccia della vórpe, ner Sasso délla
Dolorósa, e cci si ’nfilava déntro ’ cani, nò?, dale tane der
Sasso déla Dolorósa si sentiva a uso de dèn, de dèn, dedè, cóme
quésti ·ani toccasséno dell’armature rròba di ·uesto gènere.
Per
poter arrivare al Sasso della Dolorosa è consigliabile arrivare
al P.so Prato a Ceragiola (quadrivio sulla strada che collega
Buti con Calci in corrispondenza della diramazione per il Monte
Serra, Santallago, ecc.) e svoltare, qui, a sinistra - per chi
proviene da Buti - seguendo l’indicazione per il Sacrario
Monteserra.
La
strada, seppure sterrata, è sufficientemente ampia ma diventa
molto dissestata per cui è preferibile proseguire a piedi.
Alcuni volenterosi hanno apposto dei cartelli per segnalare i
più significativi punti di riferimento e la loro altitudine
quali, nell’ordine, P.so Prato a Giovo, Prato all’Acqua ed
infine Sasso della Dolorosa. Altri, purtroppo, non hanno trovato
di meglio da fare e li hanno rimossi o danneggiati.
Qui
giunti, dal Sasso, su cui è impiantata una grossa croce di legno
(realizzata con due vecchie scale a pioli di quelle in uso
presso i contadini di una volta), è possibile godere di un ampio
panorama ma per trovare il bastione o ciò che ne resta bisogna
inerpicarsi tra i rovi sulla cima sovrastante il complesso
roccioso con tutti i rischi che una simile impresa comporta.
Il
Sasseto, invece, si trova sotto lo spuntone di roccia che dà il
nome al monte ma, anche questo, non è di facile accesso.
Per
chi volesse, a questo punto, rinunciare gli si prospetta una
alternativa altrettanto interessante cioè quella di proseguire
lungo la strada per raggiungere, discendendo il Monte Lombardone,
fino alla piana di Badia da cui, risalendo, si arriva fino alla
Rocca della Verruca.
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