Guardando dall’alto tutta la piana pisana che abbraccia non
soltanto il Monte pisano, ma anche la città di Pisa e la campagna
circostante, viene da chiedersi quanto fosse notevole l’importanza
che tale monte ha sempre esercitato sulla città di Pisa. Al di là
delle origine leggendarie della città che si perdono in tempi
remoti, tanto da far considerare Pisa una tra le città più antiche
d’Italia, da un punto di vista geografico è interessante notare la
formazione in cui la città stessa è sorta, posizione certo
strategica, forse non all’inizi della sua storia ma certamente
caratteristica che ha assunto in seguito, grazie al Monte Pisano
stesso che ha creato non solo una barriera naturale, ma anche
politico, sociologica e militare. Da un punto di vista più
attinente alla nostra ricerca, è indubbio non rilevare una
curiosità da un punto di vista geografico, il triangolo quasi
perfetto che si forma unendo le cime del Monte Castellare, con
quello del Monte Verruca, ed infine con il centro costituito dal
Ponte di Mezzo a Pisa, e ancora più da rilevare la posizione in
linea quasi retta con il Monte Castellare, anche se nell’attuale
tracciato urbano non ci sono strade in line retta con tale monte,
cosa che forse in antichità poteva anche esistere, riscontrabile
per un ampio tratto con l‘attuale statale del Brennero
costeggiando poi l‘attuale “fosso del monte“, in rapporto alla
funzione divina e sacra che il Monte Castellare ha rivestito per
il popolo Etrusco. Ma queste sono soltanto supposizione, del resto
presumibilmente fondate dato che buona parte dei materiali che
nella Pisa Etrusca venivano impiegati, provenivano dal Monte
stesso. Per certo è che il Monte Pisano è stato uno dei primi
luoghi popolati della valle di Pisa, ancora prima che la città
nascesse, dato che in età Neolitica la piana doveva trovarsi in
una zona insalubre e paludosa. Le prime fonti storiche della
presenza umana sul Monte Pisano risalgono a 20.000 anni fa, con
ritrovamenti avvenuti nella Grotta del Leone e della Buca dei
Ladri, nonché nella Romita di Asciano, ed è in quest’ultima che
l’interesse dagli studiosi si è focalizzato per anni, dato che
questo sito, il quale nome deriva dalla sua funzione di eremo fino
al cinquecento, in sette metri di stratigrafie si sono conservati
per quattromila anni i resti di frequentazione umana quasi
ininterrotta. Già nel 2300 a.C. nel periodo Eneolitico, fu usata
come sede per le deposizioni funerarie e per riti sacri nei quali
venivano usate ossa di pene di Lupo. I materiali inoltre rivelano
contatti con i popoli di altre regioni come la Liguria, il Lazio,
le Marche e l’Abruzzo, con una presenza di reperti tipici di
popoli protovillanoviane della fine dell’Età del Bronzo e con una
verosimile continuità con l’Età del Ferro.
Altro sito importante è costituito dal Monte Catrozzi, una collina
sopra l’attuale paese di Santa Maria del Giudice, dove risulta
frequentato dall’epoca Etrusca sino a quella moderna, un sito
molto simile a quel del Monte Castellare sia per i reperti
recuperati, sia per lo sviluppo insediativo che si è succeduto nei
secoli. E’ stata notata anche una frequentazione protostorica,
grazie al rilevamento di graffiti sul monte, collegati ad una
secolare attività estrattiva della pietra (come nel Monte
Castellare e la Verruca) graffiti che con le attuali piogge acide
stanno provocando la perdita di tali reperti. Tornando però sulla
questione della nostra ricerca, oggi sappiamo per certo che il
territorio compreso tra le valli fluviali del Serchio (Auser) e
dell’Arno, facevano dunque parte dell’Etruria storica e hanno
sbagliato per molti anni quegli storici e archeologi, che
consideravano questo territorio pisano come dominio ligure.
Difatto stupisce l’abbondanza delle fonti antiche su Pisa, le
fonti antiche tengono per lo più ad affermarne l’origine greca, la
sua etruscità e la sua origine sono altresì messe in risalto da
Virgilio nell’Eneide nei versi che descrivono i soccorsi delle
città Etrusche a Enea nel corso della guerra contro Turno. E’
interessante notare che in tali versi ad un certo momento si parli
di Asìla: Terzo è Asila, interprete grande / tra uomini e Numi
a cui obbediscono i visceri / delle vittime, le stelle del cielo,
le voci dei volucri / e i lampi e le folgori; mille guerrieri
astati conduce / che Pisa d’origine Alfea, ma etrusca di suolo /
aveva commesso al suo cenno. Viene quindi domandarsi se è
forse Asìla, il principe-sacerdote che guidava le truppe pisane in
aiuto di Enea, colui al quale è dedicato il grande tumulo di Via
San Jacopo? Ma al di la di tali suggestioni, anche se avvalorate
dal fatto che Asìla è stato Signore dei pisani del tempo, per
certo la città è stata Etrusca tanto da considerarla una tra le
dodici città che formavano la lega dei popoli etruschi. La città
si sarebbe formata dall’unione, coatta o meno di vari villaggi,
con un fenomeno tipico per l’epoca e come di altre città etrusche,
chiamato sinecismo. Alcuni interpretano questo fenomeno anche
attraverso la denominazione latina della città attraverso il suo
pluralia tantum: Pisae. La città e il territorio già in epoca
alta, appare inserita in un grande circuito di scambi che collega
l’Etruria con la Grecia e la Massalia. Dal V secolo sono stretti i
rapporti commerciali con l’Etruria Padana riscontrati anche nei
siti rinvenuti nella valle del Serchio come nella Romita di
Asciano, confermando del resto una tradizione di contatti che
risale sino alla preistoria. Tutto il territorio risulta
ampiamente frequentato nel periodo villanoviano: rinvenimenti sono
segnalati a Pioggio al Marmo presso la foce del Serchio, Isola di
Migliarino, area Scheibler alla periferia di quella che sarà poi
l’area urbana etrusca di Pisa, come sul Monte pisano nella Grotta
del Leone, la Romita di Asciano, il Monte Castellare, nel bacino
del Bientina e in molte altre zone. L’abbondanza di insediamenti
individuati rivela l’importanza che l’area del Monte Pisano
dovette avere per la città etrusca di Pisa, e i materiali di
pregio come la ceramica attica, frammenti o una fibula di
provenienza iberica ritrovata sul Castellare, denunciano gli
stretti legami tra questi insediamenti e la città. Che la città e
queste fondazioni fossero strettamente dipendenti, si rileva dal
fatto che al periodo di crisi che si manifestò sul finire del V
secolo a.C., seguì sul Monte Pisano una fase di rioccupazione e
fondazioni di nuovi insediamenti, in una sorta di catena o piccoli
nuclei fortificati, sorti su alture non molto elevate, in
posizione strategica, da dove esercitavano una funzione di
controllo e di difesa di quello che doveva essere l’immediato
confine settentrionale del territorio della città di Pisa e che
verrà ricalcato in età alto medioevale, dall’organizzazione delle
fortificazioni a controllo del confine con Lucca. Fortificazioni a
struttura e funzioni militari che avevano inglobate anche una
funzione religiosa con nuclei abitativi, modesti insediamenti a
vocazione agro-pastorale. Viene da se pensare che vicino a questi
insediamenti come nella vicina città di Pisa, sorgessero delle
necropoli, molte delle quali ricche come quella posta tra la città
e il Monte, nella quale chi passava la strada calando da quello
che oggi noi chiamiamo “Passo di Dante” sopra San Giuliano Terme,
in pratica servisse anche ad annunciare a chi scendeva dal Monte
Pisano, il fasto e la potenza della città, come del resto le
fastose tombe a tumulo di Populonia sorgevano in riva al mare,
proprio all’approdo delle navi. Sul Monte Castellare sono state
rinvenute ceramiche dell’Età del Bronzo, che indicano al momento
la fase più antica dell’occupazione umana, mentre al di sotto dei
livelli medioevali e delle mura altomedievali sono venute alla
luce strutture rigorosamente orientate secondo i punti cardinali,
pertinenti ad un edificio etrusco, nel quale settore est sono
state rinvenute due celle con muri in blocchetti di notevole
spessore ed altezza. Il sito in questione ha restituito abbondanti
materiali databili dall’ VII secolo fino alla tarda età classica
che sembrano indicare una destinazione del sito a luogo di culto;
fra i materiali rinvenuti figurano infatti punte di frecce a
lamina, non utilizzabili per la caccia o la guerra. Non è
improbabile che il santuario avesse anche una funzione di
avvistamento e di protezione della città, di controllo delle cave
e dei flussi della transumanza. Sostanzialmente il Monte
Castellare per la sua conformazione geologica (vi troviamo le
cosiddette “buche delle fate”, dei pozzi naturali che mettevano in
comunicazione con il mondo dei morti e degli inferi, sia per il
materiale costituito, calcare adatto ad essere lavorato), venisse
considerato un monte sacro. Forse proprio dal Castellare veniva
cavato il marmo necessario alla realizzazione dei cippi, manufatti
con valore sacro realizzati con la pietra di un monte sacro. Per
quanto riguarda la zona del monte della Verruca è da tenere in
considerazione i rinvenimenti effettuati a Caprona dove sono stati
rinvenuti frammenti di vasi a vernice nera, sul Monte Bianco dove
viene ipotizzato un insediamento in relazione alla necropoli
segnalata nel rinvenimento a Noce di un cippo funerario a clava in
marmo, privo di decorazioni o iscrizioni e mancante del bulbo
abbandonato in mezzo all’erba proprio sul ciglio di una balza alla
base della quale si apriva una cavità scavata artificialmente,
probabilmente una tomba a camera. Se il cippo denuncia la presenza
in zona di tombe è da affermare anche la presenza di un
insediamento nelle immediate vicinanze. Sulla Verruca invece fu
rinvenuto un gruppo di diciannove asce di bronzo, databili fra il
XVI - XV sec a.C. trovate presso la Rocca della Verruca. Questo
ripostiglio testimonia una produzione di oggetti metallici
alquanto sviluppata in epoca così alta, cosa che invece andrà
persa durante il periodo villanoviano in tale luogo? E durante il
periodo romano quale interesse susciterà tale monte? Se il
Castellare era considerato dagli etruschi un monte sacro è
verosimile che anche in epoca romana venisse considerato in un
modo analogo, ma allora dove sono i resti di insediamenti romani
nella suddetta zona? Mentre per la Verruca possiamo supporre una
continuità di frequenza umana da un epoca più antica dell’età del
Bronzo, passando da un periodo etrusco il quale non lascia tracce
di presenza, fino ad arrivare ad un ipotetico periodo romano, in
cui sulla Verruca si presume fosse esistito un tempio dedicato a
Giove. Forse può trattarsi di una leggenda, ma è certo che in
Verruca fu rinvenuto un frammento di antica iscrizione “in
caratteri fenici od etruschi”, interpretata, completando dove
mancavano lettere come: (IO) VI FIAZZO, parola quest’ultima che
dice confrontabile con il termine ebraico Phiaz = Boccaforte.
L’interpretazione che se ne trae, forse fantasiosa, è che sulla
Verruca sorgesse un tempio dedicato a Giove. Del resto per
suffragare tale teoria, viene naturale chiedersi da cosa
trae origine il nome Montemagno? Se l‘origine di tale nome è
sicuramente romana, è da chiedersi cosa significasse per il popolo
romano e quale importanza rivestiva quel luogo, del resto
Montemagno risulta in latino Mons Magnus che significa monte
ampio, grande, importante, potente, illustre, glorioso, superbo,
ecc. nome che forse affondava la sue radici nell‘importanza di un
insediamento che si trovava all‘apice della Verruca, forse in quel
tempio romano dedicato a Giove, tempio che per raggiungere era
necessario passare da una via che attraversava un piccolo
insediamento urbano che portava dritto a quel Mons Magnus così
importante per i romani? Ma a parte tali supposizioni comunque è
da notare come sino al XII-XIII secolo, negli statuti del comune
di Pisa, e quindi storicamente, non compaia mai la più famosa
Rocca, essa appare soltanto dal XIV secolo e sopratutto a partire
dal Quattrocento nelle vicende storiche della città di Pisa. Ma
del resto, storicamente il nucleo più antico del suo complesso è
senz’altro databile all’VIII secolo, come dell’861 è già nominata
la chiesa di San Michele Arcangelo in Verruca come dipendente
dalla diocesi di Lucca, mentre dal 996 si ha notizia dell’abbazia.
Di questo edificio si presume che l’origine si debba attribuire ad
Ugo, Marchese di Toscana dal 961 al 1001, il quale considerano
tale abbazia come una delle sette abbazie da lui fondate. Ora le
abbazie o le chiese di un tempo, anche a seguito di quel fenomeno
di cui parleremo in seguito dell’eremitaggio, erano solite sorgere
in luoghi lontani dalla città, dalle vie principali di commercio o
dai paesi, anche per la ricerca di una spiritualità che all’epoca
si andava cercando, anche se poi intorno a tali abbazie si
formarono spesso nuclei urbani e borghi, molti dei quali
scomparsi, mentre altri resistiti nel tempo sino ad oggi. Ma
tornando ancora più indietro nel tempo, è altresì interessante
notare come nelle successive strutture alto medievali e medievali
stesse, la gente dell’epoca per costruire i nuovi edifici
utilizzasse materiali già preesistenti in luogo. Per questo le
rovine di una Pisa Etrusca o Romana, come nel contado e sui Monti
Pisani, tolti alcuni casi sporadici, sono scomparsi magari venendo
di nuovo impiegati in strutture successive. Per questo ritengo che
la presenza di un edifico religioso sul Monte Verruca possa essere
stato alquanto probabile, anche se non certa, dato la sua
posizione strategica, anche da un punto di vista militare su tutta
la piana pisana sino al mare, certamente una posizione più
privilegiata rispetto al Monte Castellare. Come inoltre tali
rovine siano potute scomparire nei secoli successivi a seguito
della costruzione del primo nucleo della Rocca durante l’VIII
secolo e successivamente dell’abbazia. Del resto per il popolo
pisano è sempre stato usuale tale pratica, riscontrabile sia nella
città, come anche nel sito stesso del Castellare, a riprova che
l’edificio a funzione religiosa rinvenuto, è stato ritrovato
inglobato su altre strutture di epoca medievale. Fin dal primo
secolo a.C. i territori della Toscana nord occidentale, divenuta
ormai parte consolidata dei territori di Roma, venivano
interessati da interventi di pianificazione fondiaria, bonifica,
e da impianti di una fitta rete di aziende agricole secondo i
nuovi modelli di sfruttamento delle risorse e di organizzazione
sociale. La città di Pisa stessa subì una vera e propria
rivoluzione urbanistica, furono del tutto rivoluzionate le
tecniche costruttive degli edifici con l’introduzione della
muratura a sacco con paramenti in laterizio, e colta di calce a
breccia, che soppiantarono le pareti in mattoni crudi, canne e
argilla. Pisa, come Lucca fu dotata di strade lastricate e di
impianti pubblici quali: terme, teatri, anfiteatri. Da notare che
i resti monumentali rinvenuti in Pisa sono da riscontrare nei
famosi “bagni di Nerone” e in altri pochi siti in città, mentre
sul Monte Pisano, nell’acquedotto romano di Caldaccoli e nelle
rovine di una villa o di un impianto termale in un uliveto ad
Agnano, più alcuni sporadici resti nella zona di Campo ed in altre
località, per il resto è un Puzzle da ricreare quasi interamente.
Al di la di una toponomastica che tutt’ora si è tramandata nel
tempo come in località come Agnano, Cintoia, la località di
Valvata, o borghi come Campo, Calci o Bagni Pisani a San Giuliano
o Montemagno, del resto la caratteristica di tali reperti che
tutt’ora si sono salvati dallo scorrere del tempo, è stato proprio
il loro riutilizzo in epoca successiva. Reperti romani si trovano
reimpiegati nelle varie pievi del Monte Pisano, ma è difficile
stabilire se provengano dalla zona o siano stati portati dall’area
urbana. Certo è che sono numerosi nelle chiese e anche sugli
edifici civili del versante pisano da Pugnano sino a Vicopisano,
mentre non si trovano nel versante lucchese da Cerasomma al
Compitese. La stupenda testa marmorea di Cesare conservata
nell’attuale Museo dell’opera del Duomo a Pisa, si trovava murata
su una colonica di Pugnano altre teste romane si trovano, sempre a
Pugnano, sul campanile della pieve. Un capitello romano sta nella
Pieve di Asciano, mentre a Calci abbiamo una testa marmorea sul
cantone di una casa e una grande testa di Giove sul campanile
della Pieve, ricca di capitelli antichi (forse provenienti dal
tempio della Verruca?). Anche nella pieve di Vicopisano, insieme a
capitelli romani, troviamo due colonne scanalate, dalla Badia di
Sesto proviene una stele funeraria conservata presso il museo di
Villa Guinigi a Lucca, unitamente ad un altra iscrizione funeraria
dalla Badia di Cantignano. La città di Pisa non è stata da meno,
un esempio su tutti è il reimpiego di manufatti preesistenti di
età Etrusca, Romana e Longobarda in piazza dei Miracoli.
Nell’attuale cimitero monumentale è stato rinvenuto un antico
battistero paleocristiano, come nel prato di erba che separa il
camposanto stesso dal Duomo, in alcuni scavi sono stati riportati
alla luce i resti di una costruzione romana e di una primitiva
cattedrale. Sicuramente tali materiali saranno stati reimpiegati
nella costruzione dell’attuale complesso monumentale di Piazza dei
Miracoli, come nelle adiacenti mura di cinta. Lo stesso discorso
vale per l’intera città romana che un tempo era stata elevata al
rango di “piccola Roma”, città che all’epoca era invidiata per la
sua bellezza, si ritrovò di li a poco nei secoli successivi, a
seguito delle invasioni, dei cambiamenti nel tempo, ha
riutilizzare “se stessa” per stare al passo con i tempi, con le
nuove esigenze dettate dalle nuove epoche che stavano incalzando,
tra tutte quella medioevale, forgiata da un nuovo credo: il
cristianesimo. Certo in ultima analisi del periodo romano, è
interessante notare come di oltre cento cippi e manufatti marmorei
etruschi rinvenuti sul Monte Pisano, siano stati ritrovati sul
territorio ben pochi manufatti marmorei di epoca romana, un epoca
nella quale la lavorazione del marmo si era ampiamente affermata e
diffusa in tutta la penisola. Che l’interesse per i romani del
tempo si concentrasse tutta su Pisa o che nei secoli successivi,
tali reperti siano stati riutilizzati come in Pisa, o spersi,
andati distrutti o di nuovo impiegati? Ritengo piuttosto che tra
la fine del periodo romano sino alla venuta dell’impero di Carlo
Magno, il territorio di Pisa (come del resto in altre parte di
Italia) abbia assistito ad un generale abbandono, mentre la
popolazione di frequente soggetta ad assedi, attacchi di bande,
pirateria, invasioni, si concentrasse piuttosto sull’unità che una
città poteva dare. Per questo dopo la caduta dell’impero romano
durante lo sconvolgimento del passaggio di eserciti bizantini, da
invasioni dei Goti, Longobardi, ecc. da epidemie e carestie, Pisa
riuscì a trovare il modo per evitare gravi danni, forse grazie
alla propria particolare posizione geografica, forse al fatto di
essere riuscita anche a mantenere una certa coesione interna,
tanto da avere una propria flotta marinara. Pisa durante
l’occupazione Longobarda della Toscana, tornò ad essere senza
retroterra, come lo era stata nei secoli più antichi, rimanendo
solo una città con un porto, una sorta di avamposto militare
isolato dell’impero bizantino con il popolo organizzato
militarmente. Per questo il territorio circostante, specie del
Monte Pisano risulta quasi abbandonato in tale periodo. Solamente
dopo essere entrata a far parte del regno Longobardo, Pisa poté
riacquistare una certa stabilità interna e territoriale, divenendo
parte e centro di un esteso demanio regio. La città era ancora
profondamente romanizzata sia culturalmente che giuridicamente e
con i longobardi ebbe l’opportunità di crescere di importanza come
porto principale del Tirreno. Forse anche per questo motivo la sua
particolarità si riscontra nel suo modo di essere stata isolata,
quasi dal resto del mondo e dei cambiamenti che erano in atto da
secoli. Per questo forse le campagne e i monti circostanti si
spopolarono, proprio per una questione di sopravvivenza della
città stessa, forse più preoccupata dagli attacchi che provenivano
dal mare, piuttosto quelli che provenivano da terra. Il periodo
Longobardo non durò a lungo, (570 - 774 circa) tanto che dall’anno
800 circa, dopo una crisi dovuta al crollo del regno, Pisa
riconquistò l’antica importanza politico - navale - militare e con
l’avvento dei saraceni incrementò la sua potenza marinara,
iniziando ad allestire autonome flotte per vendicare e reprimere
gli attacchi pirateschi. Durante l’impero di Carlo Magno Pisa fu
inserita nella contea-ducato di Lucca, divenendo sede di un
Guastaldo. In seguito intorno al 930, durante il regno italico
“indipendente” si trasformò in centro di contea, retta da un conte
aiutato da un visconte, e così restò sino alla fine della corona
imperiale di Ottone I (962-973) di Sassonia. L’essere compresa
nella Marca di Tuscia, con una nuova struttura amministrativa e
giurisdizionale, non sminuì né frenò lo sviluppo e l’importanza di
Pisa, anzi ne divenne ben presto la città più importante, specie a
partire dagli inizi del nuovo millennio. E’ proprio di questo
periodo che la nostra ricerca cercherà di trarre delle conclusioni
sui siti in questione analizzati, se da un lato la caduta
dell’impero romano aveva portato ad un periodo di forte decadenza
ed abbandono del territorio, dall’altro aveva permesso di tenere
in vita una città quasi isolata dagli sconvolgimenti nel resto
dell’Italia. Specificatamente nel territorio, assistiamo a due
fatti importanti: se il Monte Castellare in epoca Etrusca, come
forse in quella Romana aveva svolto la sua funzione sacra e
religiosa ed in minor parte militare, in epoca altomedievale e
medioevale si ritroverà a svolgere una funzione propriamente
militare e difensiva; al contrario il Monte Verruca, dopo essersi
ritrovato un ripostiglio in età antica e poi quasi dimenticato in
epoca Etrusca e forse Romana, anche se a mio avviso non è da
escludere una qualche forma di insediamento religioso-militare, si
ritroverà durante la nuova epoca storica al centro di una
posizione strategica che con il passare dei secoli diverrà sempre
più importante. Il primo nucleo della Rocca è databile all’VIII
secolo, quindi in epoca Longobarda, forse proprio in difesa o
avvistamento contro gli attacchi dell‘esercito Franco, mentre la
successiva chiesa ed abbazia di San Michele, verranno alla luce un
secolo più tardi, durante il periodo di dominio degli imperatori
Franchi, anche se si pensa che l’originaria chiesa sia stata
fondata in epoca Longobarda, quindi come è accaduto in Pisa o sul
Monte Castellare, è logico pensare che tali strutture possano
essere state costruite con materiali e manufatti già esistenti in
luogo, magari da ruderi di strutture preesistenti. Della chiesa
ancora oggi sopravvivono i resti dell’abside, fondata secondo la
tradizione dal Marchese Ugo alla fine dell’XI secolo. Sul fianco
meridionale della chiesa, dalla tipica forma a T databile tra il
XII e XIII secolo, sorgevano gli edifici del monastero nonché,
sembra un villaggio o Borgo di San Michele, le cui rovine erano
ancora visibile nell’XIX secolo, come dopo gli effetti di un
incendio avvenuto negli anni ‘90 del XX secolo. Altri edifici
sembrano emergere in posizione intermedia tra la chiesa e Rocca
della Verruca, lungo il sentiero di collegamento. Prima che
sorgesse l’abbazia come già poc’anzi accennato, esisteva già una
chiesa di origine Longobarda databile in un documento del 30
giugno del 861, ancora come chiesa e non come badia, appare anche
in un altro documento del 6 agosto del 913. Per contro la Rocca
della Verruca, situata nei pressi della chiesa, compare per la
prima volta in un diploma del 2 maggio del 996 con il quale
l’imperatore Ottone III conferma alla Badia di Sesto, la rocca
della Verruca stessa, mentre ancora non si fa menzione nei pressi
della chiesa di un monastero. Da questo momento, come in altri
secoli si ha un vuoto di quasi 300 anni, quando in un documento
del 1292, è ben documentata l’esistenza di una Badia cistercense,
dove è riportata la cessione da parte dell’Abate del monastero di
San Michele, del monastero di San Nicola di Pisa ai padri
eremitani di San Agostino, in cambio della chiesa di Santa Maria
in Caprolecchio nel piano di porto. La badia continuerà la sua
funzione di centro religioso importante in tutta la zona della Val
Graziosa sino all’avvento della Certosa di Calci nel 1367, fino a
quando non diverrà centro di continue lotte tra esercito pisano,
contro l’esercito lucchese e poi fiorentino, dovuto anche alla
conquista di quest’ultimi della strategica Rocca, sino a quando
nel 1431 verrà distrutta dagli stessi fiorentini, in occasione
della calata di Niccolò Piccinino al soldo dei Visconti, che
determinò la rivolta contro Firenze di tutta la campagna pisana e
tumulti in Pisa, subito repressi dall’Arcivescovo filofiorentino.
Si vuole che i monaci abbiano abbandonato il monastero nel XVII
secolo, per andare ad abitare in un edificio sopra Noce, e che le
pietre della chiesa, già ridotta a rudere, siano state utilizzate
per la costruzione del campanile di Lugnano, come di altri edifici
della zona, non ultimo le campane della chiesa, dove a Calci
dentro la pieve, è tutt’oggi conservata una campana che un tempo
faceva parte del campanile del monastero. Quello che ancora oggi
viene da chiedersi è la singolarità del luogo, fuori da vie
principali, se non da un collegamento importante tra la zona di
Calci e quella opposta di Vicopisano, singolarità in tutto il
Monte Pisano (ad eccezione di Ruota sull‘opposto versante a 400
metri di altezza), dato che sia il Monastero come La Rocca si
trovano ad un altezza superiore ai 400 metri sul livello del mare,
rispetto ad altri siti come il Castellare o il Catrozzi situati ad
un altezza superiore ai 200 metri. A mio parere è da escludere
anche una funzione di eremitaggio fine a se stesso, funzione che
forse avrà avuto alle origini, ma di certo non riscontrabile e
simile ad altri eremi più importanti come Rupecava, La Romita di
Asciano, visto la sua vicinanza ad una fortezza militare. Il tema
dell’eremitismo medievale merita di essere trattato nell’ambito
della ricerca, visto che ha prodotto sul Monte Pisano un sistema
di insediamento capillare, parallelo a quello monastico, del tutto
diverso, anche con una vera e propria rete di controllo legata
alle risorse naturali del luogo. Gli eremi ma ancor più i
monasteri, si sono altresì proposti quali luoghi privilegiati
dell’elaborazione artistica oltreché religiosa e della tradizione
popolare secondo quelli che sono stati i caratteri formali, i
contenuti ideologici e di azione del monachesimo europeo. Dalla
fine dell’XI secolo e per tutto il Duecento, si assiste in Europa
alla nascita di una miriade di eremi, che nell’Italia Centrale e
in particolare nel Monte Pisano, trovarono un terreno fertile per
diffondersi, unendosi in modo complesso con le vicende della
Chiesa di Roma e della società medioevale. Quindi la Chiesa ed il
Monastero di San Michele in Verruca si troverebbe a mio parere in
una posizione strategica, e di questo ne è documento la storia,
dove però al tempo stesso si ritrova quasi priva dei fondamenti di
un principio eremitico o monastico sorto in quel periodo, tanto da
divenire in simbiosi però in ambito religioso, con l’altro
edificio militare della Rocca. Del resto era più un avamposto
militare, dove un monastero di così grande mole era circondato da
un semplice borgo, lontano dagli sviluppi artistici della città di
Pisa che conosceva all’epoca il suo massimo splendore, ma al
contrario al centro di una posizione privilegiata su un intera
zona del contado pisano del monte, e con un notevole potere tanto
che aveva possedimenti sopra Asciano in Santa Maria del Mirteto, o
al contrario in Sant’Ermete d’Orticaria, Romitorio, Le Mandrie per
la strada che conduce verso Vicopisano. Forse l’importanza del
luogo è da riscontrare nel lavoro di estrazione della pietra
verrucana, pietra che veniva impiegata in grande quantità per la
costruzione urbana di Pisa, ed è probabile che un monastero di
così importanza sorgesse intorno ad un borgo per altro
documentato, il quale probabilmente era popolato da quegli stessi
operai e dalle loro famiglie, che ricavavano la pietra dal monte.
Per quanto concerne più propriamente la Rocca della Verruca, è
singolare il fatto che essa cominci ad acquistare una notevole
importanza a partire dal XIV secolo, e sopratutto a partire dal
quattrocento nelle vicende storiche della città di Pisa, nella
quale campeggia con tutta l’imponenza con la quale sarà
raffigurata nelle tarsie del coro della cattedrale di Pisa, o
nelle stampe settecentesche con vedute della città. E’ un dato di
fatto che nelle accurate descrizioni dei tantissimi episodi di
guerra tra Pisa e Lucca che ci fornisce Giovanni Sercambi, non
figuri mai il nome della Verruca, la Verruca non figura neppure
nell’elenco delle fortezze e castelli di Pisa e di Lucca nell’anno
1398, mentre invece viene menzionata come la fortezza di
Montemagno. Nell’episodio CCCCXXXII contenuto nella prima parte de
Le Croniche, viene narrato un attacco ad Asciano e
Montemagno corredato di vignetta illustrativa: il9 Aprile 1397
truppe lucchesi devastano Montemagno; nessuna menzione viene fatta
di torri o mura che oppongono difesa, sembra che l’ingresso nel
centro abitato sia immediato. Altre truppe lucchesi raggiungono
invece Asciano, per entrare nel quale servono invece le
indicazioni di un esperto del luogo; le fiamme appiccate dai
lucchesi distruggono tutto eccetto la torre. La vignetta è
relativamente precisa: in basso è raffigurata la torre di Asciano
posta al limitare delle acque del padule, sui monti si vedono le
case in fiamme sicuramente si tratta dell’abitato di Montemagno,
dato che sono ubicate a molta distanza dalla suddetta torre, anche
se è una supposizione. Sullo sfondo si eleva invece una fortezza
di notevoli dimensioni posta a sua volta a una certa distanza dal
paese. E’ una fortezza equiparabile per la mole e per
l’organizzazione delle sue singole parti a quella di Ripafratta,
più volte raffigurata ne Le Croniche, con la differenza che
intorno a questa non vi è un abitato cinto a sua volta da mura.
Dunque questa fortezza munita di due torri angolari impostate
sulla cinta merlata sopra la quale si eleva interna, altro non può
essere che la fortezza della Verruca, indicata come fortezza di
Montemagno? Alcuni studiosi affermano che in una antica memoria
conservata presso la chiesa parrocchiale di Montemagno, è
ricordata l’edificazione a cura degli abitanti della zona di una
fortezza Bonifacio nel 1025, mentre nel 1076 sarebbe stata
edificata all’interno di detta fortezza una chiesa sotto il titolo
della Vergine Maria. E’ interessante notare come all’interno della
fortezza della Verruca, vi sia un edifico ecclesiale a navata
unica, con orientamento canonico, in origine coperto da un tetto
a capanna e muniti di ingresso laterale. Può darsi che fosse
questa la chiesa ricordata nella suddetta memoria e non quella di
S. Maria che si trova attualmente in Montemagno, tanto che quest’ultima
potrebbe, altresì, aver ereditato il titolo della più antica
chiesa posta all’interno della Rocca della Verruca? Altre fonti
storiche attestano però che in Montemagno esistesse già dal IX
secolo una chiesa intitolata a San Gregorio, che successivamente
prese il nome di Santa Maria della Neve. Il paese poi sarebbe
anche più antico e sarebbe sorto intorno ad un castello chiamato
Bonifacio, sarebbe dentro il borgo castellano che nel 1076 sarebbe
stata edificata la chiesa di intitolata a Santa Maria della Neve,
e più tardi ancora le vestigia del castello sarebbero state
utilizzate per costruire la canonica, come lo dimostrerebbe una
feritoia o balestriera ancora visibile nella parte più bassa
dell’edificio. Questo antico borgo però, deve la sua fama per aver
dato i natali ad un pontefice, Eugenio III, dei Paganelli, che fu
papa dal 1145 al 1153 e patrocinò la seconda crociata (1144-45)
per liberare la terra santa dal dominio degli Arabi, che l’avevano
riconquistata, crociata che tuttavia non raggiunse il suo scopo.
E’ da porsi alcuni quesiti però: se davvero la Rocca della Verruca
fosse stato il castello di Montemagno, quale scopo difensivo
avrebbe avuto sul borgo di Montemagno stesso? Una funziona del
tutto innocua, dato che uno scopo propriamente difensivo del borgo
stesso, sarebbe risultato inesistente. Inoltre come per altri
paesi del Monte Pisano, è più probabile che Montemagno avesse
deciso di costruirsi un castello proprio per difendersi, piuttosto
che riporre la sua difesa su una fortezza imponente ma del resto
anche lontana dal borgo stesso. Sul piccolo oratorio che si trova
all’interno della Rocca, non abbiamo notizie certe, tanto meno
l’attribuzione riguardo alla Vergine, come la Rocca stessa non
viene mai menzionata come una qualche fortezza Bonifacio. Inoltre
il papa Eugenio III quale funzione ha avuto in una zona, la quale
gli aveva dato i natali? E’ probabile che una qualche premura
l’avesse rivolta a quel paese in cui era nato, tanto da pensare di
munirlo di almeno un castello o se già esistente, di rinforzarlo.
Resta però l’episodio dell’9 Aprile 1397, quando le truppe
lucchesi devastarono Montemagno, episodio in cui non viene fatta
menzione di torri o mura che oppongono difesa, tanto che sembra
che l’ingresso nel centro abitato sia immediato. Del resto è
alquanto improbabile che i popoli del Monte Pisano dell’epoca,
così soggetti ad attacchi dei vari eserciti lucchesi e fiorentini,
fossero così impreparati da lasciarsi indifesi contro eventuali
attacchi nemici, e sembra improbabile che Montemagno sia rimasto
per secoli, privo di un incastellamento lasciando tale funzione
solo alla Rocca della Verruca, del resto relativamente lontana.
Ritengo piuttosto che la vignetta de Le Croniche, abbiano
riportato una vittoria dell’esercito lucchese così incisiva e
immediata tanto da far pensare che il borgo fosse privo di mura o
torri di difesa, oppure che tale Vignetta raffiguri un altro
luogo, magari lo stesso Borgo di San Michele in Verruca che a
quanto pare era privo di difese militari, difese che erano riposte
nella vicina Rocca della Verruca. Inoltre sulla funzione della
Rocca, penso che questo avamposto militare sino al XIV secolo non
abbia mai avuto un importanza così notevole come da li a poco avrà
per l’intero corso dell’ultima fase della storia della Repubblica
pisana. Anche perché sino al XIV secolo questo territorio era
rimasto relativamente estraneo da attacchi nemici, e solo da
questo secolo tale fortezza, comincerà a acquistare via via un
importanza sempre più maggiore, anche a seguito dei numerosi
attacchi che l’esercito lucchese e poi fiorentino,
intraprenderanno sul contado pisano, divenendo l’ultimo baluardo
contro la riconquista fiorentina del XVI secolo. Per questo sino
al XII-XIII secolo negli Statuti del comune di Pisa, la fortezza
della Verruca non è mai menzionata, forse perché più per funzione
militare aveva un funzione di controllo sul lavoro di estrazione
della pietra verrucana, come in altri siti della zona, estrazione
di una pietra che nella città di Pisa ha dato la possibilità di
creare opere urbane importanti, case-torri e palazzi privati
ancora tutt’oggi visibili. Per certo è che l’edificio originale
databile intorno all’VIII secolo, tutto in pietra verrucana, era
costruito attraverso una abilità edificatoria primitiva ma
funzionale, con caserme, piazza d’armi, magazzini, cisterne e
chiesa. Doveva inoltre presentare una torre centrale, di cui
ancora oggi si individuano le fondazioni, insistenti su di un
piano rialzato e due torri sulla cerchia di mura più esterna.
Nella parte bassa della Rocca rimane intatta una costruzione a
blocchi squadrati di notevoli proporzioni, identificabili con
quella chiesa a pianta rettangolare prima citata. Intorno al
XV-XVI secolo i pisani vi aggiunsero quattro torri angolari: due
di grossa dimensione verso levante, due più piccole verso ponente,
con balestriere e feritoie. Cinquecentesca dovrebbe risultare una
cisterna a latere di quella cinquecentesca dalla quale è stata
divisa con l’innalzamento di un muro, la volta di questa cisterna
è realizzata in blocchi di pietra panchina. L’uso della pietra
panchina per voltare le coperture delle cisterne è attestato dalla
cisterna medievale venuta alla luce negli scavi di Piazza Dante,
la panchina, materiale leggero e resistente, si presta dunque alla
realizzazione di questi particolari manufatti. Certo è incredibile
che conci di pietra panchina, seppur leggera, siano stati
trasportati fin da qua dalla zona di Castiglioncello o da rovine
di fabbriche preromane esistenti nella piana di Pisa. Chissà forse
da una struttura più antica già situata in al di sotto della
Rocca, del resto ricollegandomi a ipotesi già esposte in questa
ricerca, è interessante notare e riflettere quanto scrive in un
una descrizione il Targioni Tozzetti, riguardo alla posizione
della Rocca: da lassù si può godere di una delle più belle
vedute che si possano immaginare. Per la parte di Levante quella
mattina era caligine, e perciò non potei vedere che poco paese.
Per la parte di Tramontana osservai, che le cime più alte dei
Monti Pisani, sono quelle che restano a Tramontana della Valle di
Calci; cioè quello ottusa del Prato alla Taneta, quella di
Visantula, e d’Asciano, acute a quelle del Verruchino, che è la
più acute di tutte: altri mi dissero che la più alta di tutte
l’altre, si chiama Cascetto. Per la parte di Ponente si scuopre
grandissimo tratto di Mare, e col cannocchiale si vedono i
Bastimenti del Mar di Genova. Si vede poi benissimo gran parte
della riviera di Genova, piena di luoghi abitati vicino al mare, e
con monti nudi. Si arriva a scoprire anche i Monti di Provenza, e
si vedono benissimo l’isole tutte del Mar Tirreno. Più
distintamente poi d’ogni altra cosa, si vede la pianura tutta di
Pisa, la quale per cagione della rifrazione, sembra essere così
vicina alla Verrucola, che si possa toccare con una pertica[...].
Prima di lasciare la Verruca per parlare infine del Monte
Castellare, vorrei segnalare soltanto sulla costa rocciosa che
scende dalla sommità della Verruca verso il monastero di Nicosia,
un edificio quadrangolare realizzato in conci di pietra locale,
del quale si individua bene la pianta e di cui affiorano sul
terreno almeno due lati; da molti studiosi viene denominato “il
fortino”. Arriviamo infine al Monte Castellare, monte che dopo
aver visto la nascita di un avamposto militare e santuariale, si
ritrova inspiegabilmente durante l’epoca romana abbandonato, anche
se non è da escludere che tale santuario etrusco sia stato
utilizzato dai Romani sia come luogo di culto e come avamposto
militare, magari restaurando la struttura già esistente senza
apportare nuove modifiche, tanto che dai rinvenimenti fatti dagli
archeologi, sembra che da quelle stesse rovine si passi dal
periodo etrusco ad uno altomedievale, senza che il popolo romano
abbia cercato di mettervi mano. Del resto il monte è sempre stata
considerata una cava importante per la creazione non solo della
città romana di Pisa, ma anche per i vari manufatti per scopi
ornamentali e funerari. A parte questo piccolo mistero
storico-archeologico spiegabile come ho sopra accennato, arriviamo
in un periodo compreso tra XI? e la metà del XII secolo, periodo
in cui ogni manufatto per specificità del terreno, collocazione
geografica, sviluppo urbanistico, vicende storiche risulta diverso
alle precedenti epoche storiche, con castelli in pianura, proprio
alle falde del monte e castelli invece posti in posizioni
dominanti, come nel caso del Castellare, magari ricalcando
insediamenti ancora più antichi e riutilizzando lo stesso
materiale per le nuove costruzioni insediative. In questo periodo
è scarsa la documentazione, sia nelle cronache come nei
riferimenti topografici, per questo alcuni hanno identificato i
resti di un Castello sul Monte Castellare come un precedente
Castello del vicino paese di Asciano, che a quanto pare fosse già
munito in quest’epoca di un castello databile al 976, anno
ricordato in una pergamena della Primaziale Pisana, da alcuni
studiosi indicata in una località chiamata Castelvecchio, quindi è
da chiedersi come sia singolare che un solo paese possa avere due
castelli, una a monte ed uno a valle. Piuttosto credo che
l’insediamento del Monte Castellare sia stato da sempre autonomo
con tanto di borgo interno, posto in una situazione strategica con
la strada che collegava Lucca con la piana pisana. Del resto si
creerebbe una situazione simile all’originaria Rocca della
Verruca, che molti fanno coincidere a mio avviso erroneamente,
come castello o Rocca del più a valle borgo e castello di
Montemagno. Quindi non credo che sia normale che due paesi del
Monte Pisano, in quell’epoca potessero avere due fortezze a loro
difesa, una a monte ed una a valle, ma credo piuttosto che ognuno
di questi siti fosse autonomo l’uno dall’altro, con tanto di una
loro vita interna. Del resto dai materiali di scavo provenienti
dal Castellare è stato rilevato che all’interno fiorì tra l’XI e
la metà del XII secolo, una vita familiare. Sono stati trovati una
macina e oggetti d’uso femminile, nonché una tomba a cassetta con
il corpicino di un neonato, inoltre monete di conio lucchese
sembra nei pressi di un focolare, tanto da indicare che gli
abitanti appartenevano ad un ceto abbastanza alto. Questo gruppo
di monete ha offerto un valido aiuto per la datazione della
frequentazione del castello, monete che portano i nomi degli
imperatori Corrado II ed Enrico II, quindi databili non oltre la
metà del XII secolo. Semplice risulta la pianta del Castellare, un
recinto di mura trapezoidali racchiude ambienti i cui tetti a
piastre di scisto si appoggiano alla muraglia esterna con
spiovente all’interno, a impluvium su di un cortiletto aperto.
L’ingresso inoltre si apre su di un lato corto del trapezio, ed è
rivolto ad est verso l’attuale abitato di Asciano. E’ interessante
ancora notare come il castello del Monte Castellare fosse ubicato
su un colle dai quali nello stesso periodo venivano estratti
blocchi di calcare destinati alla costruzione delle mura di Pisa,
quindi non è improbabile che le varie incursioni compiute dai
lucchesi, fossero indirizzate proprio ad impossessarsi di castelli
in qualche modo legati alle attività estrattive. Ed è proprio
dalla seconda metà del XII secolo, quando le mura di Pisa erano in
piena fase costruttiva, che il Castello del Monte Castellare viene
preso e forse diroccato, non viene più ricostruito sulla cime del
colle per la sua posizione non sufficientemente strategica, tanto
da orientare gli abitanti della zona verso la costruzione di un
castello nella palude che chiudeva la via per Pisa alle incursioni
lucchesi, che si facevano sempre più pericolose per la città
stessa. Per questo ritengo che l’insediamento del Monte Castellare
fosse di per se autonomo e certamente legato all’estrazione dei
blocchi di calcare per la costruzione delle mura nella città di
Pisa, come già era avvenuto in età etrusca e forse romana, di
certo però rimane una qualche forma di “anonimato” di un borgo e
avamposto militare che alcuni studiosi hanno voluto identificare
come Castello di Pinistello.
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