Monte Castellare e Verruca: la loro funzione di monti divini dall'antichità sino al medioevo

Guardando dall’alto tutta la piana pisana che abbraccia non soltanto il Monte pisano, ma anche la città di Pisa e la campagna circostante, viene da chiedersi quanto fosse notevole l’importanza che tale monte ha sempre esercitato sulla città di Pisa. Al di là delle origine leggendarie della città che si perdono in tempi remoti, tanto da far considerare Pisa una tra le città più antiche d’Italia, da un punto di vista geografico è interessante notare la formazione in cui la città stessa è sorta, posizione certo strategica, forse non all’inizi della sua storia ma certamente caratteristica che ha assunto in seguito, grazie al Monte Pisano stesso che ha creato non solo una barriera naturale, ma anche politico, sociologica e militare. Da un punto di vista più attinente alla nostra ricerca, è indubbio non rilevare una curiosità da un punto di vista geografico, il triangolo quasi perfetto che si forma unendo le cime del Monte Castellare, con quello del Monte Verruca, ed infine con il centro costituito dal Ponte di Mezzo a Pisa, e ancora più da rilevare la posizione in linea quasi retta con il Monte Castellare, anche se nell’attuale tracciato urbano non ci sono strade in line retta con tale monte, cosa che forse in antichità poteva anche esistere, riscontrabile per un ampio tratto con l‘attuale statale del Brennero costeggiando poi l‘attuale “fosso del monte“, in rapporto alla funzione divina e sacra che il Monte Castellare ha rivestito per il popolo Etrusco. Ma queste sono soltanto supposizione, del resto presumibilmente fondate dato che buona parte dei materiali che nella Pisa Etrusca venivano impiegati, provenivano dal Monte stesso. Per certo è che il Monte Pisano è stato uno dei primi luoghi popolati della valle di Pisa, ancora prima che la città nascesse, dato che in età Neolitica la piana doveva trovarsi in una zona insalubre e paludosa. Le prime fonti storiche della presenza umana sul Monte Pisano risalgono a 20.000 anni fa, con ritrovamenti avvenuti nella Grotta del Leone e della Buca dei Ladri, nonché nella Romita di Asciano, ed è in quest’ultima che l’interesse dagli studiosi si è focalizzato per anni, dato che questo sito, il quale nome deriva dalla sua funzione di eremo fino al cinquecento, in sette metri di stratigrafie si sono conservati per quattromila anni i resti di frequentazione umana quasi ininterrotta. Già nel 2300 a.C. nel periodo Eneolitico, fu usata come sede per le deposizioni funerarie e per riti sacri nei quali venivano usate ossa di pene di Lupo. I materiali inoltre rivelano contatti con i popoli di altre regioni come la Liguria, il Lazio, le Marche e l’Abruzzo, con una presenza di reperti tipici di popoli protovillanoviane della fine dell’Età del Bronzo e con una verosimile continuità con l’Età del Ferro.
Altro sito importante è costituito dal Monte Cotrozzi, una collina sopra l’attuale paese di Santa Maria del Giudice, dove risulta frequentato dall’epoca Etrusca sino a quella moderna, un sito molto simile a quel del Monte Castellare sia per i reperti recuperati, sia per lo sviluppo insediativo che si è succeduto nei secoli. E’ stata notata anche una frequentazione protostorica, grazie al rilevamento di graffiti sul monte, collegati ad una secolare attività estrattiva della pietra (come nel Monte Castellare e la Verruca) graffiti che con le attuali piogge acide stanno provocando la perdita di tali reperti. Tornando però sulla questione della nostra ricerca, oggi sappiamo per certo che il territorio compreso tra le valli fluviali del Serchio (Auser) e dell’Arno, facevano dunque parte dell’Etruria storica e hanno sbagliato per molti anni quegli storici e archeologi, che consideravano questo territorio pisano come dominio ligure. Difatto stupisce l’abbondanza delle fonti antiche su Pisa, le fonti antiche tengono per lo più ad affermarne l’origine greca, la sua etruscità e la sua origine sono altresì messe in risalto da Virgilio nell’Eneide nei versi che descrivono i soccorsi delle città Etrusche a Enea nel corso della guerra contro Turno. E’ interessante notare che in tali versi ad un certo momento si parli di Asìla: Terzo è Asila, interprete grande / tra uomini e Numi a cui obbediscono i visceri / delle vittime, le stelle del cielo, le voci dei volucri / e i lampi e le folgori; mille guerrieri astati conduce / che Pisa d’origine Alfea, ma etrusca di suolo / aveva commesso al suo cenno. Viene quindi domandarsi se è forse Asìla, il principe-sacerdote che guidava le truppe pisane in aiuto di Enea, colui al quale è dedicato il grande tumulo di Via San Jacopo? Ma al di la di tali suggestioni, anche se avvalorate dal fatto che Asìla è stato Signore dei pisani del tempo, per certo la città è stata Etrusca tanto da considerarla una tra le dodici città che formavano la lega dei popoli etruschi. La città si sarebbe formata dall’unione, coatta o meno di vari villaggi, con un fenomeno tipico per l’epoca e come di altre città etrusche, chiamato sinecismo. Alcuni interpretano questo fenomeno anche attraverso la denominazione latina della città attraverso il suo pluralia tantum: Pisae. La città e il territorio già in epoca alta, appare inserita in un grande circuito di scambi che collega l’Etruria con la Grecia e la Massalia. Dal V secolo sono stretti i rapporti commerciali con l’Etruria Padana riscontrati anche nei siti rinvenuti nella valle del Serchio come nella Romita di Asciano, confermando del resto una tradizione di contatti che risale sino alla preistoria. Tutto il territorio risulta ampiamente frequentato nel periodo villanoviano: rinvenimenti sono segnalati a Pioggio al Marmo presso la foce del Serchio, Isola di Migliarino, area Scheibler alla periferia di quella che sarà poi l’area urbana etrusca di Pisa, come sul Monte pisano nella Grotta del Leone, la Romita di Asciano, il Monte Castellare, nel bacino del Bientina e in molte altre zone. L’abbondanza di insediamenti individuati rivela l’importanza che l’area del Monte Pisano dovette avere per la città etrusca di Pisa, e i materiali di pregio come la ceramica attica, frammenti o una fibula di provenienza iberica ritrovata sul Castellare, denunciano gli stretti legami tra questi insediamenti e la città. Che la città e queste fondazioni fossero strettamente dipendenti, si rileva dal fatto che al periodo di crisi che si manifestò sul finire del V secolo a.C., seguì sul Monte Pisano una fase di rioccupazione e fondazioni di nuovi insediamenti, in una sorta di catena o piccoli nuclei fortificati, sorti su alture non molto elevate, in posizione strategica, da dove esercitavano una funzione di controllo e di difesa di quello che doveva essere l’immediato confine settentrionale del territorio della città di Pisa e che verrà ricalcato in età alto medioevale, dall’organizzazione delle fortificazioni a controllo del confine con Lucca. Fortificazioni a struttura e funzioni militari che avevano inglobate anche una funzione religiosa con nuclei abitativi, modesti insediamenti a vocazione agro-pastorale. Viene da se pensare che vicino a questi insediamenti come nella vicina città di Pisa, sorgessero delle necropoli, molte delle quali ricche come quella posta tra la città e il Monte, nella quale chi passava la strada calando da quello che oggi noi chiamiamo “Passo di Dante” sopra San Giuliano Terme, in pratica servisse anche ad annunciare a chi scendeva dal Monte Pisano, il fasto e la potenza della città, come del resto le fastose tombe a tumulo di Populonia sorgevano in riva al mare, proprio all’approdo delle navi. Sul Monte Castellare sono state rinvenute ceramiche dell’Età del Bronzo, che indicano al momento la fase più antica dell’occupazione umana, mentre al di sotto dei livelli medioevali e delle mura altomedievali sono venute alla luce strutture rigorosamente orientate secondo i punti cardinali, pertinenti ad un edificio etrusco, nel quale settore est sono state rinvenute due celle con muri in blocchetti di notevole spessore ed altezza. Il sito in questione ha restituito abbondanti materiali databili dall’ VII secolo fino alla tarda età classica che sembrano indicare una destinazione del sito a luogo di culto; fra i materiali rinvenuti figurano infatti punte di frecce a lamina, non utilizzabili per la caccia o la guerra. Non è improbabile che il santuario avesse anche una funzione di avvistamento e di protezione della città, di controllo delle cave e dei flussi della transumanza. Sostanzialmente il Monte Castellare  per la sua conformazione geologica (vi troviamo le cosiddette “buche delle fate”, dei pozzi naturali che mettevano in comunicazione con il mondo dei morti e degli inferi, sia per il materiale costituito, calcare adatto ad essere lavorato), venisse considerato un monte sacro. Forse proprio dal Castellare veniva cavato il marmo necessario alla realizzazione dei cippi, manufatti con valore sacro realizzati con la pietra di un monte sacro. Per quanto riguarda la zona del monte della Verruca è da tenere in considerazione i rinvenimenti effettuati a Caprona dove sono stati rinvenuti frammenti di vasi a vernice nera, sul Monte Bianco dove viene ipotizzato un insediamento in relazione alla necropoli segnalata nel rinvenimento a Noce di un cippo funerario a clava in marmo, privo di decorazioni o iscrizioni e mancante del bulbo abbandonato in mezzo all’erba proprio sul ciglio di una balza alla base della quale si apriva una cavità scavata artificialmente, probabilmente una tomba a camera. Se il cippo denuncia la presenza in zona di tombe è da affermare anche la presenza di un insediamento nelle immediate vicinanze. Sulla Verruca invece fu rinvenuto un gruppo di diciannove asce di bronzo, databili fra il XVI - XV sec a.C. trovate presso la Rocca della Verruca. Questo ripostiglio testimonia una produzione di oggetti metallici alquanto sviluppata in epoca così alta, cosa che invece andrà persa durante il periodo villanoviano in tale luogo? E durante il periodo romano quale interesse susciterà tale monte? Se il Castellare era considerato dagli etruschi un monte sacro è verosimile che anche in epoca romana venisse considerato in un modo analogo, ma allora dove sono i resti di insediamenti romani nella suddetta zona? Mentre per la Verruca possiamo supporre una continuità di frequenza umana da un epoca più antica dell’età del Bronzo, passando da un periodo etrusco il quale non lascia tracce di presenza, fino ad arrivare ad un ipotetico periodo romano, in cui sulla Verruca si presume fosse esistito un tempio dedicato a Giove. Forse può trattarsi di una leggenda, ma è certo che in Verruca fu rinvenuto un frammento di antica iscrizione “in caratteri fenici od etruschi”, interpretata, completando dove mancavano lettere come: (IO) VI FIAZZO, parola quest’ultima che dice confrontabile con il termine ebraico Phiaz = Boccaforte. L’interpretazione che se ne trae, forse fantasiosa, è che sulla Verruca sorgesse un tempio dedicato a Giove. Del resto per suffragare tale teoria, viene naturale chiedersi da cosa trae origine il nome Montemagno? Se l‘origine di tale nome è sicuramente romana, è da chiedersi cosa significasse per il popolo romano e quale importanza rivestiva quel luogo, del resto Montemagno risulta in latino Mons Magnus che significa monte ampio, grande, importante, potente, illustre, glorioso, superbo, ecc. nome che forse affondava la sue radici nell‘importanza di un insediamento che si trovava all‘apice della Verruca, forse in quel tempio romano dedicato a Giove, tempio che per raggiungere era necessario passare da una via che attraversava un piccolo insediamento urbano che portava dritto a quel Mons Magnus così importante per i romani? Ma a parte tali supposizioni comunque è da notare come sino al XII-XIII secolo, negli statuti del comune di Pisa, e quindi storicamente, non compaia mai la più famosa Rocca, essa appare soltanto dal XIV secolo e sopratutto a partire dal Quattrocento nelle vicende storiche della città di Pisa. Ma del resto, storicamente il nucleo più antico del suo complesso è senz’altro databile all’VIII secolo, come dell’861 è già nominata la chiesa di San Michele Arcangelo in Verruca come dipendente dalla diocesi di Lucca, mentre dal 996 si ha notizia dell’abbazia. Di questo edificio si presume che l’origine si debba attribuire ad Ugo, Marchese di Toscana dal 961 al 1001, il quale considerano tale abbazia come una delle sette abbazie da lui fondate. Ora le abbazie o le chiese di un tempo, anche a seguito di quel fenomeno di cui parleremo in seguito dell’eremitaggio, erano solite sorgere in luoghi lontani dalla città, dalle vie principali di commercio o dai paesi, anche per la ricerca di una spiritualità che all’epoca si andava cercando, anche se poi intorno a tali abbazie si formarono spesso nuclei urbani e borghi, molti dei quali scomparsi, mentre altri resistiti nel tempo sino ad oggi. Ma tornando ancora più indietro nel tempo, è altresì interessante notare come nelle successive strutture alto medievali e medievali stesse, la gente dell’epoca per costruire i nuovi edifici utilizzasse materiali già preesistenti in luogo. Per questo le rovine di una Pisa Etrusca o Romana, come nel contado e sui Monti Pisani, tolti alcuni casi sporadici, sono scomparsi magari venendo di nuovo impiegati in strutture successive. Per questo ritengo che la presenza di un edifico religioso sul Monte Verruca possa essere stato alquanto probabile, anche se non certa, dato la sua posizione strategica, anche da un punto di vista militare su tutta la piana pisana sino al mare, certamente una posizione più privilegiata rispetto al Monte Castellare. Come inoltre tali rovine siano potute scomparire nei secoli successivi a seguito della costruzione del primo nucleo della Rocca durante l’VIII secolo e successivamente dell’abbazia. Del resto per il popolo pisano è sempre stato usuale tale pratica, riscontrabile sia nella città, come anche nel sito stesso del Castellare, a riprova che l’edificio a funzione religiosa rinvenuto, è stato ritrovato inglobato su altre strutture di epoca medievale. Fin dal primo secolo a.C. i territori della Toscana nord occidentale, divenuta ormai parte consolidata dei territori di Roma, venivano interessati da interventi di pianificazione fondiaria, bonifica,  e da impianti di una fitta rete di aziende agricole secondo i nuovi modelli di sfruttamento delle risorse e di organizzazione sociale. La città di Pisa stessa subì una vera e propria rivoluzione urbanistica, furono del tutto rivoluzionate le tecniche costruttive degli edifici con l’introduzione della muratura a sacco con paramenti in laterizio, e colta di calce a breccia, che soppiantarono le pareti in mattoni crudi, canne e argilla. Pisa, come Lucca fu dotata di strade lastricate e di impianti pubblici quali: terme, teatri, anfiteatri. Da notare che i resti monumentali rinvenuti in Pisa sono da riscontrare nei famosi “bagni di Nerone” e in altri pochi siti in città, mentre sul Monte Pisano, nell’acquedotto romano di Caldaccoli e nelle rovine di una villa o di un impianto termale in un uliveto ad Agnano, più alcuni sporadici resti nella zona di Campo ed in altre località, per il resto è un Puzzle da ricreare quasi interamente. Al di la di una toponomastica che tutt’ora si è tramandata nel tempo come in località come Agnano, Cintoia, la località di Valvata,  o borghi come Campo, Calci o Bagni Pisani a San Giuliano o Montemagno, del resto la caratteristica di tali reperti che tutt’ora si sono salvati dallo scorrere del tempo, è stato proprio il loro riutilizzo in epoca successiva. Reperti romani si trovano reimpiegati nelle varie pievi del Monte Pisano, ma è difficile stabilire se provengano dalla zona o siano stati portati dall’area urbana. Certo è che sono numerosi nelle chiese e anche sugli edifici civili del versante pisano da Pugnano sino a Vicopisano, mentre non si trovano nel versante lucchese da Cerasomma al Compitese. La stupenda testa marmorea di Cesare conservata nell’attuale Museo dell’opera del Duomo a Pisa, si trovava murata su una colonica di Pugnano altre teste romane si trovano, sempre a Pugnano, sul campanile della pieve. Un capitello romano sta nella Pieve di Asciano, mentre a Calci abbiamo una testa marmorea sul cantone di una casa e una grande testa di Giove sul campanile della Pieve, ricca di capitelli antichi (forse provenienti dal tempio della Verruca?). Anche nella pieve di Vicopisano, insieme a capitelli romani, troviamo due colonne scanalate, dalla Badia di Sesto proviene una stele funeraria conservata presso il museo di Villa Guinigi a Lucca, unitamente ad un altra iscrizione funeraria dalla Badia di Cantignano. La città di Pisa non è stata da meno, un esempio su tutti è il reimpiego di manufatti preesistenti di età Etrusca, Romana e Longobarda in piazza dei Miracoli. Nell’attuale cimitero monumentale è stato rinvenuto un antico battistero paleocristiano, come nel prato di erba che separa il camposanto stesso dal Duomo, in alcuni scavi sono stati riportati alla luce i resti di una costruzione romana e di una primitiva cattedrale. Sicuramente tali materiali saranno stati reimpiegati nella costruzione dell’attuale complesso monumentale di Piazza dei Miracoli, come nelle adiacenti mura di cinta. Lo stesso discorso vale per l’intera città romana che un tempo era stata elevata al rango di “piccola Roma”, città che all’epoca era invidiata per la sua bellezza, si ritrovò di li a poco nei secoli successivi, a seguito delle invasioni, dei cambiamenti nel tempo, ha riutilizzare “se stessa” per stare al passo con i tempi, con le nuove esigenze dettate dalle nuove epoche che stavano incalzando, tra tutte quella medioevale, forgiata da un nuovo credo: il cristianesimo. Certo in ultima analisi del periodo romano, è interessante notare come di oltre cento cippi e manufatti marmorei etruschi rinvenuti sul Monte Pisano, siano stati ritrovati sul territorio ben pochi manufatti marmorei di epoca romana, un epoca nella quale la lavorazione del marmo si era ampiamente affermata e diffusa in tutta la penisola. Che l’interesse per i romani del tempo si concentrasse tutta su Pisa o che nei secoli successivi, tali reperti siano stati riutilizzati come in Pisa, o spersi, andati distrutti o di nuovo impiegati? Ritengo piuttosto che tra la fine del periodo romano sino alla venuta dell’impero di Carlo Magno, il territorio di Pisa (come del resto in altre parte di Italia) abbia assistito ad un generale abbandono, mentre la popolazione di frequente soggetta ad assedi, attacchi di bande, pirateria, invasioni, si concentrasse piuttosto sull’unità che una città poteva dare. Per questo dopo la caduta dell’impero romano durante lo sconvolgimento del passaggio di eserciti bizantini, da invasioni dei Goti, Longobardi, ecc. da epidemie e carestie, Pisa riuscì a trovare il modo per evitare gravi danni, forse grazie alla propria particolare posizione geografica, forse al fatto di essere riuscita anche a mantenere una certa coesione interna, tanto da avere una propria flotta marinara. Pisa durante l’occupazione Longobarda della Toscana, tornò ad essere senza retroterra, come lo era stata nei secoli più antichi, rimanendo solo una città con un porto, una sorta di avamposto militare isolato dell’impero bizantino con il popolo organizzato militarmente. Per questo il territorio circostante, specie del Monte Pisano risulta quasi abbandonato in tale periodo. Solamente dopo essere entrata a far parte del regno Longobardo, Pisa poté riacquistare una certa stabilità interna e territoriale, divenendo parte e centro di un esteso demanio regio. La città era ancora profondamente romanizzata sia culturalmente che giuridicamente e con i longobardi ebbe l’opportunità di crescere di importanza come porto principale del Tirreno. Forse anche per questo motivo la sua particolarità si riscontra nel suo modo di essere stata isolata, quasi dal resto del mondo e dei cambiamenti che erano in atto da secoli. Per questo forse le campagne e i monti circostanti si spopolarono, proprio per una questione di sopravvivenza della città stessa, forse più preoccupata dagli attacchi che provenivano dal mare, piuttosto quelli che provenivano da terra. Il periodo Longobardo non durò a lungo, (570 - 774 circa) tanto che dall’anno 800 circa, dopo una crisi dovuta al crollo del regno, Pisa riconquistò l’antica importanza politico - navale - militare e con l’avvento dei saraceni incrementò la sua potenza marinara, iniziando ad allestire autonome flotte per vendicare e reprimere gli attacchi pirateschi. Durante l’impero di Carlo Magno Pisa fu inserita nella contea-ducato di Lucca, divenendo sede di un Guastaldo. In seguito intorno al 930, durante il regno italico “indipendente” si trasformò in centro di contea, retta da un conte aiutato da un visconte, e così restò sino alla fine della corona imperiale di Ottone I (962-973) di Sassonia. L’essere compresa nella Marca di Tuscia, con una nuova struttura amministrativa e giurisdizionale, non sminuì né frenò lo sviluppo e l’importanza di Pisa, anzi ne divenne ben presto la città più importante, specie a partire dagli inizi del nuovo millennio. E’  proprio di questo periodo che la nostra ricerca cercherà di trarre delle conclusioni sui siti in questione analizzati, se da un lato la caduta dell’impero romano aveva portato ad un periodo di forte decadenza ed abbandono del territorio, dall’altro aveva permesso di tenere in vita una città quasi isolata dagli sconvolgimenti nel resto dell’Italia. Specificatamente nel territorio, assistiamo a due fatti importanti: se il Monte Castellare in epoca Etrusca, come forse in quella Romana aveva svolto la sua funzione sacra e religiosa ed in minor parte militare, in epoca altomedievale e medioevale si ritroverà a svolgere una funzione propriamente militare e difensiva; al contrario il Monte Verruca, dopo essersi ritrovato un ripostiglio in età antica e poi quasi dimenticato in epoca Etrusca e forse Romana, anche se a mio avviso non è da escludere una qualche forma di insediamento religioso-militare, si ritroverà durante la nuova epoca storica al centro di una posizione strategica che con il passare dei secoli diverrà sempre più importante. Il primo nucleo della Rocca è databile all’VIII secolo, quindi in epoca Longobarda, forse proprio in difesa o avvistamento contro gli attacchi dell‘esercito Franco, mentre la successiva chiesa ed abbazia di San Michele, verranno alla luce un secolo più tardi, durante il periodo di dominio degli imperatori Franchi, anche se si pensa che l’originaria chiesa sia stata fondata in epoca Longobarda, quindi come è accaduto in Pisa o sul Monte Castellare, è logico pensare che tali strutture possano essere state costruite con materiali e manufatti già esistenti in luogo, magari da ruderi di strutture preesistenti. Della chiesa ancora oggi sopravvivono i resti dell’abside, fondata secondo la tradizione dal Marchese Ugo alla fine dell’XI secolo. Sul fianco meridionale della chiesa, dalla tipica forma a T databile tra il XII e XIII secolo, sorgevano gli edifici del monastero nonché, sembra un villaggio o Borgo di San Michele, le cui rovine erano ancora visibile nell’XIX secolo, come dopo gli effetti di un incendio avvenuto negli anni ‘90 del XX secolo. Altri edifici sembrano emergere in posizione intermedia tra la chiesa e Rocca della Verruca, lungo il sentiero di collegamento. Prima che sorgesse l’abbazia come già poc’anzi accennato, esisteva già una chiesa di origine Longobarda databile in un documento del 30 giugno del 861, ancora come chiesa e non come badia, appare anche in un altro documento del 6 agosto del 913. Per contro la Rocca della Verruca, situata nei pressi della chiesa, compare per la prima volta in un diploma del 2 maggio del 996 con il quale l’imperatore Ottone III conferma alla Badia di Sesto, la rocca della Verruca stessa, mentre ancora non si fa menzione nei pressi della chiesa di un monastero. Da questo momento, come in altri secoli si ha un vuoto di quasi 300 anni, quando in un documento del 1292, è ben documentata l’esistenza di una Badia cistercense, dove è riportata la cessione da parte dell’Abate del monastero di San Michele, del monastero di San Nicola di Pisa ai padri eremitani di San Agostino, in cambio della chiesa di Santa Maria in Caprolecchio nel piano di porto. La badia continuerà la sua funzione di centro religioso importante in tutta la zona della Val Graziosa sino all’avvento della Certosa di Calci nel 1367, fino a quando non diverrà centro di continue lotte tra esercito pisano, contro l’esercito lucchese e poi fiorentino, dovuto anche alla conquista di quest’ultimi della strategica Rocca, sino a quando nel 1431 verrà distrutta dagli stessi fiorentini, in occasione della calata di Niccolò Piccinino al soldo dei Visconti, che determinò la rivolta contro Firenze di tutta la campagna pisana e tumulti in Pisa, subito repressi dall’Arcivescovo filofiorentino. Si vuole che i monaci abbiano abbandonato il monastero nel XVII secolo, per andare ad abitare in un edificio sopra Noce, e che le pietre della chiesa, già ridotta a rudere, siano state utilizzate per la costruzione del campanile di Lugnano, come di altri edifici della zona, non ultimo le campane della chiesa, dove a Calci dentro la pieve, è tutt’oggi conservata una campana che un tempo faceva parte del campanile del monastero. Quello che ancora oggi viene da chiedersi è la singolarità del luogo, fuori da vie principali, se non da un collegamento importante tra la zona di Calci e quella opposta di Vicopisano, singolarità in tutto il Monte Pisano (ad eccezione di Ruota sull‘opposto versante a 400 metri di altezza), dato che sia il Monastero come La Rocca si trovano ad un altezza superiore ai 400 metri sul livello del mare, rispetto ad altri siti come il Castellare o il Catrozzi situati ad un altezza superiore ai 200 metri. A mio parere è da escludere anche una funzione di eremitaggio fine a se stesso, funzione che forse avrà avuto alle origini, ma di certo non riscontrabile e simile ad altri eremi più importanti come Rupecava, La Romita di Asciano, visto la sua vicinanza ad una fortezza militare. Il tema dell’eremitismo medievale merita di essere trattato nell’ambito della ricerca, visto che ha prodotto sul Monte Pisano un sistema di insediamento capillare, parallelo a quello monastico, del tutto diverso, anche con una vera e propria rete di controllo legata alle risorse naturali del luogo. Gli eremi ma ancor più i monasteri, si sono altresì proposti quali luoghi privilegiati dell’elaborazione artistica oltreché religiosa e della tradizione popolare secondo quelli che sono stati i caratteri formali, i contenuti ideologici e di azione del monachesimo europeo. Dalla fine dell’XI secolo e per tutto il Duecento, si assiste in Europa alla nascita di una miriade di eremi, che nell’Italia Centrale e in particolare nel Monte Pisano, trovarono un terreno fertile per diffondersi, unendosi in modo complesso con le vicende della Chiesa di Roma e della società medioevale. Quindi la Chiesa ed il Monastero di San Michele in Verruca si troverebbe a mio parere in una posizione strategica, e di questo ne è documento la storia, dove però al tempo stesso si ritrova quasi priva dei fondamenti di un principio eremitico o monastico sorto in quel periodo, tanto da divenire in simbiosi però in ambito religioso, con l’altro edificio militare della Rocca.  Del resto era più un avamposto militare, dove un monastero di così grande mole era circondato da un semplice borgo, lontano dagli sviluppi artistici della città di Pisa che conosceva all’epoca il suo massimo splendore, ma al contrario al centro di una posizione privilegiata su un intera zona del contado pisano del monte, e con un notevole potere tanto che aveva possedimenti sopra Asciano in Santa Maria del Mirteto, o al contrario in Sant’Ermete d’Orticaria, Romitorio, Le Mandrie per la strada che conduce verso Vicopisano. Forse l’importanza del luogo è da riscontrare nel lavoro di estrazione della pietra verrucana, pietra che veniva impiegata in grande quantità per la costruzione urbana di Pisa, ed è probabile che un monastero di così importanza sorgesse intorno ad un borgo per altro documentato, il quale probabilmente era popolato da quegli stessi operai e dalle loro famiglie, che ricavavano la pietra dal monte. Per quanto concerne più propriamente la Rocca della Verruca, è singolare il fatto che essa cominci ad acquistare una notevole importanza a partire dal XIV secolo, e sopratutto a partire dal quattrocento nelle vicende storiche della città di Pisa, nella quale campeggia con tutta l’imponenza con la quale sarà raffigurata nelle tarsie del coro della cattedrale di Pisa, o nelle stampe settecentesche con vedute della città. E’ un dato di fatto che nelle accurate descrizioni  dei tantissimi episodi di guerra tra Pisa e Lucca che ci fornisce Giovanni Sercambi, non figuri mai il nome della Verruca, la Verruca non figura neppure nell’elenco delle fortezze e castelli di Pisa e di Lucca nell’anno 1398, mentre invece viene menzionata come la fortezza di Montemagno. Nell’episodio CCCCXXXII contenuto nella prima parte de Le Croniche, viene narrato un attacco ad Asciano e Montemagno corredato di vignetta illustrativa: il9 Aprile 1397 truppe lucchesi devastano Montemagno; nessuna menzione viene fatta di torri o mura che oppongono difesa, sembra che l’ingresso nel centro abitato sia immediato. Altre truppe lucchesi raggiungono invece Asciano, per entrare nel quale servono invece le indicazioni di un esperto del luogo; le fiamme appiccate dai lucchesi distruggono tutto eccetto la torre. La vignetta è relativamente precisa: in basso è raffigurata la torre di Asciano posta al limitare delle acque del padule, sui monti si vedono le case in fiamme sicuramente si tratta dell’abitato di Montemagno, dato che sono ubicate a molta distanza dalla suddetta torre, anche se è una supposizione. Sullo sfondo si eleva invece una fortezza di notevoli dimensioni posta a sua volta a una certa distanza dal paese. E’ una fortezza equiparabile per la mole e per l’organizzazione delle sue singole parti a quella di Ripafratta, più volte raffigurata ne Le Croniche, con la differenza che intorno a questa non vi è un abitato cinto a sua volta da mura. Dunque questa fortezza munita di due torri angolari impostate sulla cinta merlata sopra la quale si eleva interna, altro non può essere che la fortezza della Verruca, indicata come fortezza di Montemagno? Alcuni studiosi affermano che in una antica memoria conservata presso la chiesa parrocchiale di Montemagno, è ricordata l’edificazione a cura degli abitanti della zona di una fortezza Bonifacio nel 1025, mentre nel 1076 sarebbe stata edificata all’interno di detta fortezza una chiesa sotto il titolo della Vergine Maria. E’ interessante notare come all’interno della fortezza della Verruca, vi sia un edifico ecclesiale a navata unica, con orientamento canonico, in origine coperto  da un tetto a capanna e muniti di ingresso laterale. Può darsi che fosse questa la chiesa ricordata nella suddetta memoria e non quella di S. Maria che si trova attualmente in Montemagno, tanto che quest’ultima potrebbe, altresì, aver ereditato il titolo della più antica chiesa posta all’interno della Rocca della Verruca? Altre fonti storiche attestano però che in Montemagno esistesse già dal IX secolo una chiesa intitolata a San Gregorio, che successivamente prese il nome di Santa Maria della Neve. Il paese poi sarebbe anche più antico e sarebbe sorto intorno ad un castello chiamato Bonifacio, sarebbe dentro il borgo castellano che nel 1076 sarebbe stata edificata la chiesa di intitolata a Santa Maria della Neve, e più tardi ancora le vestigia del castello sarebbero state utilizzate per costruire la canonica, come lo dimostrerebbe una feritoia o balestriera ancora visibile nella parte più bassa dell’edificio. Questo antico borgo però, deve la sua fama per aver dato i natali ad un pontefice, Eugenio III, dei Paganelli, che fu papa dal 1145 al 1153 e patrocinò la seconda crociata (1144-45) per liberare la terra santa dal dominio degli Arabi, che l’avevano riconquistata, crociata che tuttavia non raggiunse il suo scopo. E’ da porsi alcuni quesiti però: se davvero la Rocca della Verruca fosse stato il castello di Montemagno, quale scopo difensivo avrebbe avuto sul borgo di Montemagno stesso? Una funziona del tutto innocua, dato che uno scopo propriamente difensivo del borgo stesso, sarebbe risultato inesistente. Inoltre come per altri paesi del Monte Pisano, è più probabile che Montemagno avesse deciso di costruirsi un castello proprio per difendersi, piuttosto che riporre la sua difesa su una fortezza imponente ma del resto anche lontana dal borgo stesso. Sul piccolo oratorio che si trova all’interno della Rocca, non abbiamo notizie certe, tanto meno l’attribuzione riguardo alla Vergine, come la Rocca stessa non viene mai menzionata come una qualche fortezza Bonifacio. Inoltre il papa Eugenio III quale funzione ha avuto in una zona, la quale gli aveva dato i natali? E’ probabile che una qualche premura l’avesse rivolta a quel paese in cui era nato, tanto da pensare di munirlo di almeno un castello o se già esistente, di rinforzarlo. Resta però l’episodio dell’9 Aprile 1397, quando le truppe lucchesi devastarono Montemagno, episodio in cui non viene fatta menzione di torri o mura che oppongono difesa, tanto che sembra che l’ingresso nel centro abitato sia immediato. Del resto è alquanto improbabile che i popoli del Monte Pisano dell’epoca, così soggetti ad attacchi dei vari eserciti lucchesi e fiorentini, fossero così impreparati da lasciarsi indifesi contro eventuali attacchi nemici, e sembra improbabile che Montemagno sia rimasto per secoli, privo di un incastellamento lasciando tale funzione solo alla Rocca della Verruca, del resto relativamente lontana. Ritengo piuttosto che la vignetta de Le Croniche, abbiano riportato una vittoria dell’esercito lucchese così incisiva e immediata tanto da far pensare che il borgo fosse privo di mura o torri di difesa, oppure che tale Vignetta raffiguri un altro luogo, magari lo stesso Borgo di San Michele in Verruca che a quanto pare era privo di difese militari, difese che erano riposte nella vicina Rocca della Verruca. Inoltre sulla funzione della Rocca, penso che questo avamposto militare sino al XIV secolo non abbia mai avuto un importanza così notevole come da li a poco avrà per l’intero corso dell’ultima fase della storia della Repubblica pisana. Anche perché sino al XIV secolo questo territorio era rimasto relativamente estraneo da attacchi nemici, e solo da questo secolo tale fortezza, comincerà a acquistare via via un importanza sempre più maggiore, anche a seguito dei numerosi attacchi che l’esercito lucchese e poi fiorentino, intraprenderanno sul contado pisano, divenendo l’ultimo baluardo contro la riconquista fiorentina del XVI secolo. Per questo sino al XII-XIII secolo negli Statuti del comune di Pisa, la fortezza della Verruca non è mai menzionata, forse perché più per funzione militare aveva un funzione di controllo sul lavoro di estrazione della pietra verrucana, come in altri siti della zona, estrazione di una pietra che nella città di Pisa ha dato la possibilità di creare opere urbane importanti, case-torri e palazzi privati ancora tutt’oggi visibili. Per certo è che l’edificio originale databile intorno all’VIII secolo, tutto in pietra verrucana, era costruito attraverso una abilità edificatoria primitiva ma funzionale, con caserme, piazza d’armi, magazzini, cisterne e chiesa. Doveva inoltre presentare una torre centrale, di cui ancora oggi si individuano le fondazioni, insistenti su di un piano rialzato e due torri sulla cerchia di mura più esterna. Nella parte bassa della Rocca rimane intatta una costruzione a blocchi squadrati di notevoli proporzioni, identificabili con quella chiesa a pianta rettangolare prima citata. Intorno al XV-XVI secolo i pisani vi aggiunsero quattro torri angolari: due di grossa dimensione verso levante, due più piccole verso ponente, con balestriere e feritoie. Cinquecentesca dovrebbe risultare una cisterna a latere di quella cinquecentesca dalla quale è stata divisa con l’innalzamento di un muro, la volta di questa cisterna è realizzata in blocchi di pietra panchina. L’uso della pietra panchina per voltare le coperture delle cisterne è attestato dalla cisterna medievale venuta alla luce negli scavi di Piazza Dante, la panchina, materiale leggero e resistente, si presta dunque alla realizzazione di questi particolari manufatti. Certo è incredibile che conci di pietra panchina, seppur leggera, siano stati trasportati fin da qua dalla zona di Castiglioncello o da rovine di fabbriche preromane esistenti nella piana di Pisa. Chissà forse da una struttura più antica già situata in al di sotto della Rocca, del resto ricollegandomi a ipotesi già esposte in questa ricerca, è interessante notare e riflettere quanto scrive in un una descrizione il Targioni Tozzetti, riguardo alla posizione della Rocca: da lassù si può godere di una delle più belle vedute che si possano immaginare. Per la parte di Levante quella mattina era caligine, e perciò non potei vedere che poco paese. Per la parte di Tramontana osservai, che le cime più alte dei Monti Pisani, sono quelle che restano a Tramontana della Valle di Calci; cioè quello ottusa del Prato alla Taneta, quella di Visantula, e d’Asciano, acute a quelle del Verruchino, che è la più acute di tutte: altri mi dissero che la più alta di tutte l’altre, si chiama Cascetto. Per la parte di Ponente si scuopre grandissimo tratto di Mare, e col cannocchiale si vedono i Bastimenti del Mar di Genova. Si vede poi benissimo gran parte della riviera di Genova, piena di luoghi abitati vicino al mare, e con monti nudi. Si arriva a scoprire anche i Monti di Provenza, e si vedono benissimo l’isole tutte del Mar Tirreno. Più distintamente poi d’ogni altra cosa, si vede la pianura tutta di Pisa, la quale per cagione della rifrazione, sembra essere così vicina alla Verrucola, che si possa toccare con una pertica[...]. Prima di lasciare la Verruca per parlare infine del Monte Castellare, vorrei segnalare soltanto sulla costa rocciosa che scende dalla sommità della Verruca verso il monastero di Nicosia, un edificio quadrangolare realizzato in conci di pietra locale, del quale si individua bene la pianta e di cui affiorano sul terreno almeno due lati; da molti studiosi viene denominato “il fortino”. Arriviamo infine al Monte Castellare, monte che dopo aver visto la nascita di un avamposto militare e santuariale, si ritrova inspiegabilmente durante l’epoca romana abbandonato, anche se non è da escludere che tale santuario etrusco sia stato utilizzato dai Romani sia come luogo di culto e come avamposto militare, magari restaurando la struttura già esistente senza apportare nuove modifiche, tanto che dai rinvenimenti fatti dagli archeologi, sembra che da quelle stesse rovine si passi dal periodo etrusco ad uno altomedievale, senza che il popolo romano abbia cercato di mettervi mano. Del resto il monte è sempre stata considerata una cava importante per la creazione non solo della città romana di Pisa, ma anche per i vari manufatti per scopi ornamentali e funerari. A parte questo piccolo mistero storico-archeologico spiegabile come ho sopra accennato, arriviamo in un periodo compreso tra XI?  e la metà del XII secolo, periodo in cui ogni manufatto per specificità del terreno, collocazione geografica, sviluppo urbanistico, vicende storiche risulta diverso alle precedenti epoche storiche, con castelli in pianura, proprio alle falde del monte e castelli invece posti in posizioni dominanti, come nel caso del Castellare, magari ricalcando insediamenti ancora più antichi e riutilizzando lo stesso materiale per le nuove costruzioni insediative. In questo periodo è scarsa la documentazione, sia nelle cronache come nei riferimenti topografici, per questo alcuni hanno identificato i resti di un Castello sul Monte Castellare come un precedente Castello del vicino paese di Asciano, che a quanto pare fosse già munito in quest’epoca di un castello databile al 976, anno ricordato in una pergamena della Primaziale Pisana, da alcuni studiosi indicata in una località chiamata Castelvecchio, quindi è da chiedersi come sia singolare che un solo paese possa avere due castelli, una a monte ed uno a valle. Piuttosto credo che l’insediamento del Monte Castellare sia stato da sempre autonomo con tanto di borgo interno, posto in una situazione strategica con la strada che collegava Lucca con la piana pisana. Del resto si creerebbe una situazione simile all’originaria Rocca della Verruca, che molti fanno coincidere a mio avviso erroneamente, come castello o Rocca del più a valle borgo e castello di Montemagno. Quindi non credo che sia normale che due paesi del Monte Pisano, in quell’epoca potessero avere due fortezze a loro difesa, una a monte ed una a valle, ma credo piuttosto che ognuno di questi siti fosse autonomo l’uno dall’altro, con tanto di una loro vita interna. Del resto dai materiali di scavo provenienti dal Castellare è stato rilevato che all’interno fiorì tra l’XI e la metà del XII secolo, una vita familiare. Sono stati trovati una macina e oggetti d’uso femminile, nonché una tomba a cassetta con il corpicino di un neonato, inoltre monete di conio lucchese sembra nei pressi di un focolare, tanto da indicare che gli abitanti appartenevano ad un ceto abbastanza alto. Questo gruppo di monete ha offerto un valido aiuto per la datazione della frequentazione del castello, monete che portano i nomi degli imperatori Corrado II ed Enrico II, quindi databili non oltre la metà del XII secolo. Semplice risulta la pianta del Castellare, un recinto di mura trapezoidali racchiude ambienti i cui tetti a piastre di scisto si appoggiano alla muraglia esterna con spiovente all’interno, a impluvium su di un cortiletto aperto. L’ingresso inoltre si apre su di un lato corto del trapezio, ed è rivolto ad est verso l’attuale abitato di Asciano. E’ interessante ancora notare come il castello del Monte Castellare fosse ubicato su un colle dai quali nello stesso periodo venivano estratti blocchi di calcare destinati alla costruzione delle mura di Pisa, quindi non è improbabile che le varie incursioni compiute dai lucchesi, fossero indirizzate proprio ad impossessarsi di castelli in qualche modo legati alle attività estrattive. Ed è proprio dalla seconda metà del XII secolo, quando le mura di Pisa erano in piena fase costruttiva, che il Castello del Monte Castellare viene preso e forse diroccato, non viene più ricostruito sulla cime del colle per la sua posizione non sufficientemente strategica, tanto da orientare gli abitanti della zona verso la costruzione di un castello nella palude che chiudeva la via per Pisa alle incursioni lucchesi, che si facevano sempre più pericolose per la città stessa. Per questo ritengo che l’insediamento del Monte Castellare fosse di per se autonomo e certamente legato all’estrazione dei blocchi di calcare per la costruzione delle mura nella città di Pisa, come già era avvenuto in età etrusca e forse romana, di certo però rimane una qualche forma di “anonimato” di un borgo e avamposto militare che alcuni studiosi hanno voluto identificare come Castello di Pinistello.

 

 

 

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